Cinema e Psicologia: “Perfetti sconosciuti”, riflessioni personali.

Ieri sera ho visto al cinema “Perfetti sconosciuti”, il nuovo film di Paolo Genovese, nelle sale italiane dall’11 febbraio.

Parecchie sono le riflessioni che mi ha stimolato; le riporto di getto.

Lo spettatore viene proiettato in un banchetto a base di gnocchi, polpettone, vino e ipocrisia. I commensali sono coppie che “scoppiano” perché cadono le maschere e si scoprono i volti. MASCHERE conosciute, rassicuranti ma sostanzialmente finte, si contrappongono a VOLTI  sconosciuti, deludenti e tristemente veri.

L’aspetto del “tradimento”, in se per sé, è persino secondario; ciò che impatta è la finzione reiterata, l’ipocrisia, l’incoerenza costante, la scorrettezza e la totale mancanza di lealtà verso l’Altro.

Personaggi “adulti” che si rivelano in realtà immaturi, “frangibili” ed incapaci di mettere in discussione la vita di “facciata” che si sono costruiti. Aspetti che sono sì proiettati su uno schermo ma che sempre più di frequente si riscontrano nella realtà.

Più che adulti, sembrano adolescenti. Forse l’unico personaggio in evoluzione è proprio la ragazzina “ribelle” che – alle prese con la sua “prima volta” –  è in grado di problematizzarla e chiama persino il padre, di cui sente di potersi fidare, per chiedergli consiglio. Ed è significativo che Sara prenda come punto di riferimento proprio il genitore che si sforza di essere Volto, non Maschera.

L’idea di tenere i  figli all’oscuro di alcuni aspetti, per offrire loro una “finta” protezione – com’ è finto tutto il resto – si rivela, come sempre, una misera illusione. Non sorprende che Sara menta alla mamma, la quale è la prima a mentire a se stessa ed agli altri.

Peppe è l’unico personaggio che indossa una maschera non lesiva dell’ “Altro” ma puramente protettiva per se stesso e per il compagno di cui è innamorato. L’esito degli eventi non può che confermargli che indossare la maschera socialmente più “accettabile” era stata la scelta giusta; anche se poi esce di scena, fieramente, affermando il suo bisogno di autenticità

Eva – ed è curiosa anche la scelta evocativa del nome per questo personaggio – a mio avviso, è la Maschera numero uno; è lei che propone il gioco della condivisione degli smartphone, pur avendo i suoi scheletri nell’armadio. Perfidamente incentiva lo smascheramento altrui, convinta di rimanerne immune ma finisce col diventare vittima del gioco da lei stessa proposto (così impara…)

Bianca, descritta sarcasticamente da Eva come “Alice nel paese delle meraviglie”, è il Volto ingenuo della storia, che quando viene proiettato bruscamente nella realtà disincantata, ne esce sfigurato e cerca di rimediare ingenuamente con del trucco. Una realtà in cui – forte di uno spiccato senso di “libertà” –  non si sarebbe mai infilata se non fosse stata “ingannata”. E allora con l’inganno si arriva persino ad ostacolare la libertà di un altro;  il “perché” si arrivi a tutto questo è troppo difficile da digerire e crea un’angoscia proprio lì, nello stomaco, che si può soltanto vomitare.

Lele, paradossalmente, crea addirittura un danno maggiore per la sua relazione, quando – anziché venire allo scoperto – tenta di nascondere la polvere sotto al tappeto, o meglio, sotto al telefono, visto che d’abitudine lo mette a faccia in giù. (Un genio…)

Vedere quanta ipocrisia possa permeare le relazioni umane è stato piuttosto angosciante. Nel finale, per una frazione di secondo, lo spettatore si rincuora di fronte al ripristino di immagini “rassicuranti” ma solo per poco: sapere ciò che si nasconde dietro quelle immagini, lascia l’amaro in bocca.

In questo banchetto, infatti, non c’è spazio per condividere il dolce: il tiramisù viene tristemente consumato, in piedi, in solitudine e con poco gusto, nel vano tentativo di coprire l’amaro di cui ci si circonda.

Curiosa, come sempre, di conoscere anche altre impressioni ed emozioni personali.

2 pensieri su “Cinema e Psicologia: “Perfetti sconosciuti”, riflessioni personali.

  1. Domenico Elio Nardone ha detto:

    Il film è un discreto spaccato della realtà delle relazioni. Discreto perché ovviamente la finzione cinematografica, che dura circa un ora e mezza, obbliga a mettere assieme tante vicende tutte assieme che normalmente sono più diluite negli anni pur di raccontare diversi aspetti della vita relazionale: sconto genitori figli, difficoltà a riconoscere ed accettare con gli altri la propria scelta sessuale, e soprattutto i tradimenti.
    Dico tradimenti al plurale proprio perché il c’è un solo tipo di tradimento ma ognuno ha una diversa genesi ed è alla ricerca di cose diverse: fame di aria, incapacità alla relazione di coppia, bisogno di sentirsi piancenti, semplice sfogo di istinti sessuali.
    Non sono affatto d’accordo, specie quando parla di immaturità. Essere maturi è un concetto poco significativo e non si può di certo dare dell’immaturo a chi rincorre un bisogno che sente frustrato dalla sua permanenza nella coppia.
    Il film ci presenta uno spaccato della nostra società, sempre più permea di divorzi e separazioni e con i matrimoni in calo, dove l’80% delle coppie stando a vari studi tradisce. Forse dovremmo arrivare a riconoscere che il matrimonio e la coppia eterna non esiste a meno di un grosso sacrificio personale di entrambi che pochi sarebbero disposti a sopportare.
    Magari più che nel nascondere all’altro sapendo che anche l’altro ci nasconde qualcosa (cosa che emerge come messaggio nel finale) si potrebbero scoprire nuovi orizzonti relazionale, che stanno prendendo sempre più piede nel mondo occidentale. Come le coppie aperte, occasionali, senza pretese, ma che non rinunciano all’amicizia e alla complicità.

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    • Dott.ssa Simona Moccia ha detto:

      Salve Domenico,
      grazie mille per il suo commento così preciso ed articolato.
      È davvero molto interessante, e condivisibile, la sua lettura dei diversi tipi di tradimento, ognuno con una propria “genesi”.

      Quando ho parlato di “immaturità” mi riferivo ad un'”immaturità affettiva”. Pensavo proprio a quello che lei ha chiaramente definito: “incapacità alla relazione di coppia” e “nascondere all’altro sapendo che anche l’altro ci nasconde qualcosa”.

      Personalmente, non reputo il concetto di essere maturi “poco significativo”, al contrario, penso sia proprio l’elemento base che decreti l’andamento di una relazione (di qualsivoglia relazione si parli). Ovviamente è un parere puramente personale.

      Non ho dato dell’immaturo a chi “rincorre un bisogno che sente frustrato dalla sua permanenza nella coppia”, bensì a chi – pur essendone consapevole – non lo esplicita, non ha il coraggio di affrontarlo e reitera nel tempo un atteggiamento “omertoso”, lesivo dell’ “Altro” (…. e, in alcuni casi, anche di se stesso).

      Mi piace molto la definizione di “nuovi orizzonti relazionali”; credo si possa fare tutto, purché si sia autentici, consapevoli, integri ed onesti.

      Grazie ancora per l’arricchente confronto e buon week end.

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