Cinema e psicologia: “7 minuti”, cosa siamo disposti a fare pur di lavorare? Riflessioni personali.

 

Ieri sera ho visto al cinema l’ultimo film di Michele Placido “7 minuti”, è un film che mi ha fatto riflettere molto e mi ha tenuto sulle spine. Ispirato ad una storia vera, è  tratto dall’omonimo testo teatrale di Stefano Massini.

Ambientato in una fabbrica tessile italiana, che viene ceduta ad una multinazionale, vede 11 operaie – in rappresentanza di 300 colleghe – alle prese con la decisione di accettare o meno le nuove condizioni contrattuali. Se da un lato tali condizioni salvaguardano il posto di lavoro, dall’altro propongono, come clausola, la riduzione della loro pausa pranzo di 7 minuti (da qui il titolo del film) riducendo da 15 a 8 minuti, il tempo a disposizione per il pranzo.

Di primo acchito, spinte dall’istinto di sopravvivenza, tutte le lavoratrici entusiaste – tranne una – sono portate di pancia ad accettare la clausola. L’importante per loro è che il lavoro sia salvo e continuare l’indomani ad avere uno stipendio per poter fare la spesa, le “condizioni” che devono accettare affinché ciò sia reso possibile, sono solo una cornice secondaria. “Dobbiamo solo ringraziare, alla fine che cosa sono 7 minuti. Io voto sì”. Io neanche ho bisogno di sette minuti, posso lavorare e mangiare contemporaneamente: con una mano lavoro e con l’altra mangio” . “Vi racconto una cosa”, esordisce un’altra delle lavoratrici, “prima, a prendere l’autobus tutte le mattine per andare a lavorare, eravamo in 4, poi siamo diventati 3, poi siamo diventati due. Ora sono da sola, le fabbriche chiudono. Io, per 7 minuti, dico sì” . Queste solo alcune delle riflessioni delle operaie.

L’unica reticente, che invita le colleghe a ponderare meglio la decisione, è Bianca, la più anziana, che ha già sperimentato sulla sua pelle un crescendo di riduzioni orarie e che vede questa clausola, come un “indorare la pillola”, un preludio alla richiesta di rinunce sempre maggiori. “Vogliono vedere che cosa siamo disposte a fare pur di lavorare, fino a dove possono comprare la nostra dignità.”

7 minuti sottratti ad ognuna delle 300 operaie, infatti, rappresentano 900 ore di lavoro gratis in più al mese per la fabbrica, senza ricevere nulla in cambio; praticamente un assumere senza assumere, uno sfruttare fino all’osso le risorse presenti, per poi magari arrivare a parlare di “esubero” e della necessità di fare dei tagli. È una triste realtà ed è qui che “quello che a prima vista ti sembrava un cielo azzurro, ti si rivela in fondo un mare che sta per cascarti in testa.” Metafora che ricorre nei dialoghi del film.

In una circostanza del genere, accettare una condizione lavorativa che non tiene conto della tutela dei propri diritti, rischia di creare un effetto a catena sia sulla vita di altri lavoratori che sulle generazioni future. Anche la bambina nella pancia di una delle operaie incinta, scalciava come non mai, quasi a ribellarsi.

Per non parlare di quanto un susseguirsi di altre fabbriche potrebbero trarre ispirazione dal tornaconto che deriva da un atteggiamento aziendale di questo tipo ed applicare le stesse misure restrittive.

La pellicola offre uno spaccato rappresentativo della realtà attuale: nella vita quotidiana, come sullo schermo, vista la grande crisi economica che ci attanaglia, la possibilità di mangiare “pane e ricatti” viene comunque presa in considerazione.

Non sempre e non tutti sentono di poter respingere proposte lavorative nelle quali i propri diritti di lavoratori non sono pienamente tutelati. Su 11 operaie, infatti, solo 6 riescono a tirar fuori il coraggio di difendere la propria dignità. Le altre 5, alle prese con delle storie personali molto delicate, possiedono lo stesso coraggio ma scelgono di metterlo solo al servizio della “sopravvivenza”, facendosi in quattro quotidianamente e, convinte che “non si mangia con le idee ma con i fatti” , accettano la “sottomissione”.

Il paradosso drammatico, che permea l’intero film, vede queste donne lottare da un lato per la paura di perdere i lavoro, per l’incertezza del futuro, per il lavoro inteso come necessità, come bisogno primario; dall’altro per il senso di giustizia, per la difesa dei propri diritti e delle proprie idee, per il lavoro inteso come desiderio di autoaffermazione. Sentimenti ambivalenti che non solo creano una spaccatura all’interno del gruppo di lavoro me che le lacerano dentro.

E allora ti pulsano un po’ di riflessioni, cominci a pensare che in fondo il lavoro dovrebbe rendere gli uomini liberi, non schiavi e che  – per quanto difficile e rischioso possa essere – è solo con le idee, ispirate dal coraggio, che si possono cambiare le cose.

Pensi che la salvezza implichi un cambiamento e che il cambiamento richieda uno sforzo maggiore del restare uguali e pensi che ci lamentiamo copiosamente del “sistema”, perdendo di vista che un sistema esiste fintanto che ci sono delle masse che lo seguono.

Infine, ti porti a casa una domanda: tu, al loro posto, che cosa avresti scelto?

Se non l’hai ancora visto e vuoi sbirciare il trailer, clicca qui.

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